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Non lo devo a Te, che ho Rispettato, cercato di comprendere e indefinilmente Amato,
mio padre.
Lo debbo a me, al mio Tempo, al mio Cuore ed a quelle mie scelte discutibili, discusse, delle quali ne fui per Te, imputato esistenziale.
Tempo, avverbio.
Cuore, sostantivo comune di cosa.
Ecco a quanto riduce l'analisi grammaticale della parola, ne cercano un'analisi logica per trovarne espressione, per definire il sentire di quel Cuore e lo scorrere di quel Tempo, per me, invece, nomi propri di Vita.
Dentro me manchi per riprovare a ricominciare.
Siamo rimasti intrappolati in un deserto di risentimento che l'ordinaria razionalità vuole riposizionare in un sentirsi a casa dove invece tutti abbiamo perso tanto e di Casa vi sono le mura, che io ancora indefessamete, ostinatamente voglio difenderne il respiro in ogni vecchio mattone, in ogni vecchia pagina dei libri, dei nostri libri, dove la vita scorreva, scorreva in quel vostro disordine esistenziale che ha cambiato il futuro d'ognuno di noi, senza nessun orizzonte.
Allineerò i pensieri, e spererò ancora di trovare un abbraccio in Te dove Tu avrai vissuto abbastanza altrove per capire i miei nomi Tempo e Cuore, ed io giungerò all'improvviso, ancora cercando quell'abbraccio di un Padre, dove tutto di buono, accade a panacea del dolore.
Dolore che diviene i "che fu e divenne" quel primo, nuovo, abbraccio.
Io sono sempre la figlia diversa, quella che sente e non guarda dove laddove era più semplice guardare dove vedevi Tu.
A quell' abbraccio, Papà.
Stefi